
IL RUMORE DELLE ROTAIE
(adattamento teatrale del romanzo “La freccia gialla” di Viktor Pelevin, a cura di Matteo Giacopini)
Un treno di cui non si vede né la testa, ne la coda. Un treno che corre verso un ponte distrutto.
I passeggeri conducono i loro mille e piccoli traffici quotidiani ignari del destino che li attende.
L'unico che riesce a scuotersi dall'ipnosi del suono ininterrotto delle ruote è Andrej, che decide
di cercare un modo per scendere. Insieme ai suoi amici di avventura, il fisarmonicista Petr,
una simpatica canaglia alle prese più a trattare del suo benessere in carrozza che ad altro,
la famosa cantante estone Guna Tamas, inevitabile femme fatale del gruppo. Il misterioso
Khan, che insieme alle sue domande indurrà Andrej ad approfondire ciò che ormai ha
dimenticato. Che cos'è davvero il treno? Chi sono i suoi passeggeri? E cosa c'è (ammesso che
ci sia qualcosa) al di fuori del treno?
Una storia sospesa fra fiaba ed incubo, Il ruomore delle Rotaie è evidentemente una metafora della Vita nella società russa postsovietica, ma è anche molto di più : un romanzo mistico e metafisico
Sul destino dell'uomo, sulla disperata ricerca di un senso della vita e della morte.
Viktor Pelevin: la Russia vista da un treno
Un viaggio attraverso la Russia di ieri e di oggi, tra allegoria e realtà…
Russia è una parola, uno stato d'animo o uno stato onirico, prima ancora che un luogo geografico. Russia è l'indolente servitù di Zachar e la sonnolenta quiescenza di Oblomov. È l'indifferente attesa di Kutuzov, davanti al nemico che avanza, o il logorio muto che affligge i personaggi di Dostoevskij. La Russia è un viaggio attraverso tanti e diversi luoghi, piuttosto che un solo luogo definito e raggiungibile,
qualcosa che si ama al punto da doverla disprezzare. Qualcosa che si ama per quello che non è. Qualcosa che non si ha il coraggio di desiderare diversamente da quello che è.
E se un giorno morirò, e io morirò molto presto, so che morirò senz'aver accettato questo mondo – scrive Erofeev in Mosca sulla vodka – Sì, morirò avendolo capito da lontano e da vicino, dal di fuori e dal di dentro, avendolo capito ma non accettato, e Lui mi domanderà: “Ti sei trovato bene laggiù? Ti sei trovato male?” E io tacerò, abbasserò gli occhi e tacerò; e questo mutismo è ben noto a tutti coloro che cercano una via d'uscita da una sbornia di vari giorni e molto pesante. Giacché la vita umana non è forse l'ubriacatura d'un minuto dell'anima? (cit. Venedikt Erofeev)
Il non voler vedere, il non voler cambiare, l'incapacità persino di sognare una realtà diversa da quella che si è avuta in sorte, sono al centro anche de La freccia gialla di Viktor Pelevin. Anche qui c'è un treno e anche questo treno non va da nessuna parte.
“Ricordi ancora cosa ti è successo?” domandò il Khan.
“Ormai poco e niente” spiegò Andrej. “Solo a grandi linee. Come se non fosse accaduto niente di speciale. Sapevo come mi chiamavo, anche in quale scompartimento abitavo, ma come se non si trattasse affatto di me. Mi sentivo molto strano: come se facesse differenza in che carrozza viaggiavo. Come se tutto ciò che accadeva avrebbe acquistato più senso se la tovaglia del ristorante fosse stata pulita… Capisci?”
“Puoi fare a meno di spiegarmelo” disse il Khan. “Per un po' sei diventato solo un passeggero”.
…
“Sono un passeggero anche adesso” rifletté. “E lo sei anche tu”.
“Un passeggero normale” spiegò il Khan, “non si percepisce mai come passeggero. Perciò se lo sai non sei più un passeggero. A loro non verrebbe mai in mente che da questo treno si potrebbe anche scendere. Per loro non esiste niente all'infuori del treno… Hanno smesso perfino di sentire il rumore delle ruote”. (cit. Viktor Pelevin)










